Background

Sam così lo chiamavano gli amici, era una ragazzo alto un metro e ottanta, capelli castani e grandi occhi nocciola. Aveva un aspetto un po’ trasognante, come se nulla in lui fosse reale. Viveva con sua madre ed il cane Argo, un vecchio ma giovanile molosso sbavante, il padre era passato a miglior vita quando lui aveva solo dieci anni, ma non era morto, era solo fuggito con una bionda di nome Lilli o qualcosa del genere. Sam era un ragazzo intelligente ma che non si applicava, almeno questa era la miglior definizione che gli insegnanti della sua scuola avevano trovato per lui.

La mattina dopo essersi svegliato, per almeno la prima ora, aveva sempre la strana sensazione di essere ancora addormentato, come se un sogno che aveva appena lasciato a letto fosse lì a rincorrerlo nel mondo reale.
Quel giorno in particolare, nonostante “l’urticante” suono della televisione che sua madre aveva prontamente acceso già dalle prime ore del mattino, un tepore soffice e ovattato stentava a staccarsi dai suoi occhi e dalle sue orecchie. Aveva in mente ancora una parte di quel sogno, ricordava vagamente che riguardava una certa ragazza bionda ed un bruto con una spada luccicante, e di certo non erano due cose che riuscisse a coniugare, ma la cosa che più lo inquietava era il pensiero di come questo sogno avesse potuto significare un qualcosa di preciso nella sua vita. Avrebbe forse incontrato una ragazza bionda per accorgersi troppo tardi che si trattava di un bruto con la spada? Oppure il bruto con la spada sarebbe venuto a portagliela via? Abbandonò questi pensieri e già la giornata diventava più scomoda quando nella sua mente
fece capolino il compito in classe di quella mattina, quanto avrebbe voluto non fosse così. “Perché” si chiedeva, “Perché non ho studiato ieri?!”, e come sempre in questi casi un senso di colpa misto ad una voglia di fuggire gli attanagliava la gola, poi rassegnato si infilzò lo zaino sulla schiena e salutò la madre.

La mattinata era fredda, il sole ancora basso e disegnava ombre tra i rami degli alberi e sul catrame nuovo del viale mentre i cani del vicinato abbaiavano ai passanti.
Dopo qualche metro fuori dal portone di casa si sentiva già più sveglio, avrebbe voluto che la strada da casa a scuola non finisse mai perché era piacevole camminare respirando aria fresca, ma il compito in classe non abbandonava i suoi pensieri. Si ripropose che in futuro avrebbe studiato, ma già la voglia veniva a mancargli, averebbe voluto fare altre cose, non capiva cosa centrasse con lui la storia di Roma, e non vedeva proprio come questo avesse una qualche relazione con l’algebra. Solo alcuni argomenti lo interessavano particolarmente, come ad esempio le strategie di guerra e alcuni argomenti misteriosi come i massi di stonage, ma questi lo facevano fantasticare a tal punto da dimenticarsi completamente di ascoltare le lezioni e quindi anche di questo ne sapeva ben poco.

Improvvisamente uno stridio di gomme lo fece sobbalzare, l’auto era arrivata a pochi centimetri dalle sue gambe, si trovava nel bel mezzo della strada e si rese conto solo in quel momento di quanto fosse immerso nei suoi pensieri. Alla guida dell’auto c’era il suo insegnante di matematica che tirò fuori la testa dal finestrino e gli disse “Accidenti a te.... ma vuoi guardare dove cammini? Capisco che sei distratto quando spiego in classe, ma non puoi stare sempre con la testa tra le nuvole”, Sam in evidente imbarazzo “Scusi ha ragione io... stavo pensando”. L’insegnante si allontanò ricordandogli del compito in classe e raccomandandolo a non fare tardi. Era appena arrivato a scuola e mentre si accingeva ad entrare vide con la coda dell’occhio un bagliore come di una lama, in effetti in un primo momento gli sembrò di veder roteare nell’aria una spada, guardò meglio e vide che lassù in alto al terzo piano, una delle finestre che davano sulla strada era aperta e si muoveva dondolata dall’aria riflettendo il sole proprio addosso a lui, si era già dimenticato del sogno ma aveva ancora in mente l’idea di una minaccia.

Le prime ore passarono più o meno come da previsioni, il compito in classe che aveva cercato invano di copiare dal secchione di due banchi più in là, era un disastro, tanto già lo sapeva.
La merenda era finita nel secchio dell’immondizia, non aveva voglia di mangiare, guardava i suoi amici che ridevano e chiacchieravano vicino alle colonne dell’atrio, ma lui non se la sentiva di andar da loro, era tutta la mattina che non faceva altro che pensare a quello che era successo poco prima di entrare a scuola, si sentiva come se qualcosa di incompiuto fosse iniziato proprio quel giorno ancora prima di alzarsi dal letto.

Anche quella giornata di scuola era finita, fuori il tempo era cambiato e il sole aveva lasciato il suo posto alle nuvole e una leggera pioggerella scendeva, quasi londinese. Sam si sentiva stanco, più stanco del normale, rientrò in casa gettò lo zaino sotto l’uomo morto alla base delle scale, e andò subito in camera, la madre gli urlò dalla cucina che da lì a poco si mangiava, lui sbonfocchiò una risposta e si buttò sul letto. Si sentiva come una pietra non riusciva quasi a muoversi e prima di rendersene conto stava già dormendo.

Quando si svegliò si rese conto che la madre non l’aveva svegliato ed era già uscita per lavorare, il cane stava dormendo nella sua cuccia accanto al camino, alzò leggermente la testa come in segno di saluto e poi rigirò la testa e si rimise a dormire.
In cucina il pranzo aspettava tra due piatti oramai freddo, fuori pioveva insistentemente, lentamente tra uno sbadiglio e l’altro Sam si sedette a tavola sopra al piatto rovesciato c’era un biglietto scritto dalla madre, “Scalda il pranzo nel microonde e fai tutti i compiti. Questa sera faccio tardi, tu vai a dormire presto, la cena è in frigo, baci Mamma”. Mangiò e dopo si mise sul divano, era ancora assonnato, gli sembrava di aver scalato una montagna, eppure aveva appena dormito, sbadigliò ancora gli occhi diventavano pesanti, iniziò a guardarsi intorno cercando di mettere a fuoco la stanza ma nulla lo trattene e piombò di nuovo in un profondo sonno.

Il rumore di un vetro rotto lo svegliò, alzò la testa e da sopra il bracciolo del divano riusciva ad intravedere la tenda venir risucchiata dal vento fuori dal buco della porta finestra dell’altra parte della sala.
Era pietrificato con le orecchie tese per percepire il più piccolo rumore, non sapeva cosa fare, nella mente gli passarono mille idee, alla fine scivolo giù dal divano e strisciando sui gomiti, come aveva visto fare nei film di guerra, si avvicinò alla finestra rotta, prima di
potersi rialzare un colpo secco alla schiena lo bloccò sul pavimento, “Non ti muovere spregevole creatura” disse l’essere che lo sovrastava.

Sam era bloccato, a malapena riusciva a respirare, tentò di parlare, poi svenne. Aprì gli occhi ma non riusciva a vedere nulla, i polsi e le caviglie gli facevano male, era legato, chiuso in un sacco, non sapeva da chi, ma sapeva che si trattava di un rapimento. Il petto ancora gli doleva, lentamente il ricordo di quello che gli era successo gli riaffiorava alla mente, non poteva credere che fosse vero quello che aveva visto, gli avevano insegnato fin da piccolo che i mostri non esistevano, “è uno scherzo” si ripeteva nella testa ma il dolore delle corde e quello al petto lo riportava alla realtà, non può essere uno scherzo.
Inizialmente non se ne era accorto ma ora poteva sentire le voci, suoni grugnanti provenire da lì vicino, stavano parlando di lui, “Cosa ne facciamo del ragazzo?”
“Nulla, cosa vuoi fare? Sei stupido o cosa? Non hai capito che dobbiamo portarlo dal Maestro?!”
“Ti ho già detto di non chiamarmi stupido”, si sentì un forte schiocco e poi vari altri rumori, grugniti e gemiti.
Sam sentì qualcosa toccarlo sulla testa, ed una voce calda e vicina gli disse “Non ti muovere, non dire nulla, ora ti libero”, un attimo dopo il sacco si squarciò, un uomo con una folta barba era chino su di lui, finì di slegarlo tagliando le corde con un lungo coltello, lo afferrò per un polso e gli disse “Seguimi e non fiatare”. Strisciarono fuori da un pertugio che sembrava essere una grotta, erano in una montagna con delle alte conifere, l’uomo continuava a strattonarlo mentre si arrampicavano su per un dirupo, ogni tanto si acquattava e gli faceva segno con il dito davanti alla bocca di non parlare. Sam non sentiva nulla se non il suono del vento che si infrangeva sulla cima degli alberi.

Camminarono per ore, Sam sentiva le gambe tremare dallo sforzo, l’uomo lo strattonava per il polso come se al suo posto ci fosse un sacco. Era già notte quando si fermarono, l’uomo si guardò intorno socchiudendo gli occhi, ogni tanto annusava l’aria, alla fine si sedette su un grosso masso lì vicino, “Ora possiamo anche accendere un fuoco sono tornati dal loro padrone” gli disse sorridendogli, Sam esplose “Chi?! Ma che scherzo è questo? Chi sei tu? Perché sono qui?”, “Calmati ragazzo e non urlare, ora ti spiego... anche se non so quanto riuscirai a capire, però prima prendi un respiro e calmati”, Sam seguì il consiglio fece un profondo respiro, poi disse “Chi sei?”, “Mi chiamo Fargas, ex comandante terza legione ovest”, “Dove siamo?” “Siamo sul Monte Mafron, nella grande catena dei Gluk... un posto per nulla sicuro”, “Ma sto sognando?” “Dipende da cos’è un sogno per voi umani... puoi morire in un sogno?”, “No” rispose Sam, “Allora non stai sognando”...

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